Intervista a Haim Baharier

Haim BaharierHaim Baharier curerà per la Fondazione Centro Studi Campostrini quattro incontri sul tema del “Decalogo”, a partire da una critica alla diffusa definizione di “dieci comandamenti”, per svelare il valore formativo delle “dieci parole” che le tribù di Israele ricevettero sul Monte Sinai, contrapponendolo ad ogni interpretazione ingenuamente legalista e dogmatica.

Baharier è stato allievo di alcune delle figure di maggior rilievo del Novecento europeo, da Emmanuel Levinas a Leòn Askhenazy, oltre ad aver seguito gli insegnamenti del grande Rabbi Israel di Gur. Oggi si distingue come uno dei più accreditati interpreti biblici del panorama contemporaneo, forte di un metodo esegetico che lo rende un unicum nel nostro Paese.

Maestro Baharier, la prima cosa che colpisce osservando la sua persona è la poliedricità di interessi e la complessità del suo percorso formativo. È matematico, filosofo, psicanalista, autore teatrale, svolge corsi di formazione per grandi banche ed aziende. Eppure, ascoltando il suo insegnamento, tutte queste pratiche sembrano trovare fondamento nella sua lettura del testo biblico. Può raccontarci il suo rapporto con la Torah, quando ha iniziato a studiarla e il modo in cui ha orientato la sua vita?
Conosciamo due momenti fondamentali della cultura d’Israel e del suo rapporto con il testo fondatore, la Bibbia. Il momento della lettura e dell’interpretazione che s’incarna nel Talmud1 e, quale sua conseguenza, il momento halakhico del comportamento. La tradizione dice che ciò che non è contenuto nella Halakhà2, ciò che non si traduce in un comportamento, non appartiene al reale. Né provocazione né presunzione: è la consapevolezza che ciò che non ha dimensione etica non esiste. Si riconosce il reale in quanto è contenuto nel mondo del libro. Nella mia infanzia faticavo a stabilire come operasse il reale. Sono cresciuto con la consapevolezza di recarmi all’estero ogni volta che uscivo di casa, con la consapevolezza di recarmi all’estero ogni volta che rientravo in casa. Uno spaesamento interno e esterno. Fin da piccolo ho avvertito che nel mondo del Libro, pur costando fatica e impegno l’addentrarvisi, vi fossero celate delle case accoglienti. Crescendo, proseguendo gli studi, mi sono trovato accolto dalla Casa del Pensiero, dalla Casa della Matematica, dalla Casa della Psicanalisi. Qualcuno poi mi ha dato retta.

Se non al centro, la Torah è alla base di tutti i monoteismi, che ne riconoscono un valore universale capace di trascendere le specificità etniche e territoriali. Ciò nonostante, sembra assegnare un compito particolare al popolo ebraico. Come vive questa apparente antinomia fra universalismo e particolarismo: un segno di privilegio oppure un’ulteriore responsabilizzazione per il mondo israelita? Rimasi colpito da una sua non usuale interpretazione (e traduzione) del termine ebraico segulà (Es.19, 5)…
Torah è insegnamento, e non somma di libri sacri. Gli scritti che Israel riconosce e studia sono portatori e mediatori dell’insegnamento che chiamiamo Torah e che consideriamo traccia del Creatore nella creazione. Inteso in questo modo lo spirito della Torah esce dalla vicenda di una parte dell’umanità e lo si può intercettare nei testi e nei comportamenti di molte altre identità impegnate nel loro percorso specifico. Il compito che il popolo ebraico si attribuisce nasce dal fatto che i testi mediatori della Torah narrano di tribù e di terre che rimandano a Israel. Sono testi che scelgono il laboratorio per instaurare l’Economia di Giustizia, un preciso fazzoletto di terra del Medio Oriente. Non una terra promessa ma donata a questo scopo. Quando il popolo d’Israele esce dall’Egitto e si mette in cammino, la sua fede è scontata, superata dai fatti: le piramidi sono dietro e la meta poco più avanti, a due settimane di cammino. Occorreranno quarant’anni. Gli ostacoli frapposti si dilatano in lunghi rodaggi, concatenati e opportuni, non c’è mai erranza. Quando il popolo capisce che forse la terra donata la vedranno solo i figli e che dunque è una terra presa in prestito da loro, la terra arriva. E in effetti quel luogo è certamente un dono che assomiglia di più a un prestito. Viene prestato un pezzo di mondo su cui risiedere con l’impegno di restituirlo, non tanto al legittimo proprietario, quanto alle generazioni future. Questa è l’aspirazione all’universale di Israel. Il cristianesimo stesso lo conferma. Su queste radici si innesta un albero diverso che è ricerca dell’universale ma nello stesso tempo inaugurazione di una nuova specificità, un trasloco da questa terra specifica verso il mondo intero. Approdo verso un nuovo libro, i Vangeli. E che a loro modo sono anch’essi portatori di Torah.

Lei propone come uno degli insegnamenti centrali della Torah il riconoscimento del compito che il proprio tempo assegna. Qual è, dal suo punto di vista, il compito etico per un ebreo oggi? Per la sua, ma anche per la generazione dei suoi figli.
Riallaccio il tema delle generazioni al suo rifarsi, nella domanda precedente, al termine segulà, cioè “tesoro”: «E or bene, se ascoltando ascolterete la mia voce, sarete per me il mio tesoro, perché a me appartiene tutta la terra» dice la Bibbia. Se deciderete di adempiere al patto, sarete tesoro. La parola segulà è all’origine di un mito pervicace che perseguita gli ebrei da sempre: il pregiudizio del popolo eletto. Se è ravvisabile una dinamica di individualizzazione di un popolo, quello che è assolutamente illegittimo è pensare che si tratti di privilegi. Io credo che siamo davanti ad un problema di traduzione e di tradizioni. La parola “tesoro” usata qui ha un significato estremamente preciso. In ebraico questa parola che troviamo nel libro delle Cronache non si riferisce al tesoro dei re, all’accumulo di oro e di argento, al bottino. Si tratta di un pegno che garantisce il valore di una valuta che circola liberamente tra le persone, un garante di reciprocità. «Sarete coinvolti in un processo di garanzia» che coinvolgerà poi tutti i popoli. Il Popolo Garante è colui che accetta di accogliere la Torah responsabilmente, di coinvolgersi nel suo progetto. È scritto che nel leggere la Torah occorre considerarla come se ti fosse data in quel momento. Non ci sono testamenti; casomai parole di un Dio vivente che parla a noi oggi come parlava ieri e come parlerà domani. Interpella ciascuno di noi chiedendoci cosa ne è di quell’Economia di Giustizia la cui realizzazione è prefigurata nel testo.

Per la Fondazione Centro Studi Campostrini, svolgerà quattro incontri sul Decalogo, su cui è in uscita un suo volume edito per Garzanti. In questo caso, si parla comunemente di dieci comandamenti, quando l’espressione ebraica usa il termine Aseret ha-Dibberòt, ossia dieci parole. Cosa nasconde questo spostamento di significato e, dal suo punto di vista, quali sono i motivi che hanno portato all’affermarsi di una simile traduzione?
Il libro che ho appena scritto inizia con queste parole: «Il Decalogo, le Dieci Parole. Parlare di Dieci Comandamenti mi pare ingiusto. Non ci sono imperativi, nessuna imposizione. I verbi sono al futuro. Quei verbi portano promesse che si realizzano». Un Midrash3 racconta come i figli d’Israele al Sinai siano riusciti ad accogliere soltanto le prime due Parole e abbiano poi desistito da un impegno così gravoso affidandosi alle spalle larghe di Mosè. Un avvenimento che corrobora la mia visione: ovvero una prima parola fondante e appena il tempo per una generazione di vedere realizzata una prima promessa, un “secondo comandamento”. Un invito rivolto alle generazioni successive a dare compimento alle altre promesse

So che Lei parla in realtà di nove comunicazioni, e non di dieci, fra Mosé e il popolo di Israele, può anticiparci il motivo di questa scelta interpretativa, sapendo che il tema sarà ripreso negli incontri alla fondazione?
Diceva il rabbino Soloveitchik, immenso maestro lituano nella Boston degli anni Sessanta, che «In ascensore, tra un piano e l’altro, non si fa in tempo a spiegare esaurientemente alcunché. Ma questo tempo così breve è il tempo concesso per convincere. Deve bastare». In realtà dietro la superficie delle parole del Maestro si scopre un invito alla scorciatoia, una vita di studio per un lampo di consapevolezza. Pertanto cercherò di risponderle sinteticamente: non si tratta né di togliere né di aggiungere. Nel mio percorso dentro le Dieci Parole, dall’arrivo dei figli d’Israele alle soglie del deserto di Sinai fino alle prime parole dell’epilogo di Ado(n)ài, a termine di Esodo 20, non mi allontano dalle parole e dal contesto della comunicazione. Qui scopro delle premesse pedagogiche all’evento sinaitico, una sorta di preparazione spirituale. Leggo nove premesse che, con la mediazione di Anokhì, l’Io divino, diventano nove promesse che si realizzano.


Intervista a cura del Centro Studi Campostrini

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